Racconti di nascite a casa

Daniela

2014

Lettera alle mie ostetriche.

Sono giorni che mi passano per la testa pensieri e riflessioni che vorrei dedicarvi come ricordo dell’esperienza, unica e non facilmente indescrivibile, da poco vissuta con la nascita di Andrea.

Le ore trascorse nel lettone sdraiata accanto a lui, seguendo il prezioso suggerimento ricevuto, mi hanno permesso di distendere il tempo e con esso le emozioni, di non sentirmi travolgere da un evento così totalizzante come è la nascita di un bimbo, ma di percepire la possibilità di poter guidare io questo avvenimento, secondo i ritmi personali della nostra famiglia e i segnali ben chiari che Andrea da subito ci ha inviato e che continua a fare giorno dopo giorno.

Così il turbinio di sensazioni del dopo nascita si è convertito in lucidità e ha donato, per prima a me stessa, ma anche a Fabio, Edoardo e Andrea, un ampio respiro.

Questo è stato reso possibile solo dalla decisione presa sul come e sul dove dare alla Luce il nostro piccolo Andrea.

A chi con sorpresa esclama – “In casa?! Ma che coraggio” – io oppongo un rilassato – “No, non ci vuole coraggio a partorire in casa, ci vuole ricerca di protezione, di sicurezza” – e ci vuole un team di vere professioniste, appassionate e altamente qualificate, nelle cui mani affidarsi con fiducia.

Come è bello scorgere negli occhi delle amiche più vicine la scintilla di una possibilità, che anche per loro potrebbe essere così, dando il via a un circolo di virtuosistiche nascite indisturbate, sentendo che questo vorrebbe voler dire piantare le basi per un futuro migliore.

Ecco per far nascere il proprio bambino in casa ci vuole FIDUCIA, fiducia nelle persone giuste, in quelle persone che ti aiuteranno a scoprire che la prima in cui avere FIDUCIA sei proprio Te Stessa.

Di cosa sono veramente felice oggi?!

Di aver scelto di fidarmi di VOI, di aver ascoltato la voce che dentro di me mi sussurrava di fidarmi di voi e non di chi, forse per paure precostituite, mi suggeriva di tirarmi indietro.

Non avevo fiducia nell’ospedale come luogo dove far venire al mondo mio figlio, questo mi era chiaro, mi sentivo così vulnerabile a recarmi in un reparto maternità, ho sempre pensato che in quel caso il parto sarebbe potuto andare male e che mi avrebbero potuto praticare un taglio cesareo. Non so il perché di questi pensieri, ma sono stati utili nello spronarmi e nell’andare avanti con la decisione di partorire a casa mia.

Partorire in casa per me ha significato più di una nascita dolce e non disturbata, ha voluto dire compiere un atto adulto e porre le basi per un futuro coraggioso con e per la mia Famiglia.

Meravigliosamente voi non mi avete forzata in questa scelta, mi siete rimaste accanto e mi avete fatto sentire di potermi fidare, ancora una volta, di voi.

Avete aspettato e io ho potuto scegliere da me, grazie anche all’amore e sostegno di Fabio, con il quale ho condiviso un momento UNICO e INENARRABILE, a sigillo della nostra scelta di vita insieme.

Andrea è un piccolino armonioso, che con chiarezza sa esprimere ciò di cui ha bisogno, sa già con decisione cosa gli piace e cosa no e senza isterismi, anche nel pianto, lo comunica.

È vero che Fabio e io essendo alla seconda esperienza siamo più esperti, e magari facilitati, ma è pure vero che siamo entrati da subito in comunione con Andrea, avendolo avuto dal primo istante accanto a noi, e Andrea ha mostrato sin dai primi minuti di vita una grande compattezza interiore e armonia.

Il ricordo del tempo trascorso da sola con Andrea tra le braccia, illuminati solo dallo scintillio dell’albero di Natale, a incontrarci lentamente l’uno negli occhi dell’altro, Andrea che trova poco dopo il mio seno e già si attacca, mi commuoverà sempre.

La nascita Lotus è stata la seconda grande opportunità della quale voglio ringraziarvi.

Attribuisco alla nascita Lotus l’armonia e la serenità di Andrea, la completezza che sprigiona.

Anche Edoardo, che comunque ha fatto un’altra esperienza di nascita, ha potuto tramite la storia del fratellino raccogliere un’eredità che porterà dentro di sé e non dimenticherà.

Ha conosciuto la naturalezza del partorire, la sua spontaneità.

Ha conosciuto la quiete dell’incontro, l’integralità tramite la placenta e quindi è entrato in contatto con la Vita del mondo interiore.

Ha percepito l’unione di una famiglia e non ha sperimentato la separazione.

Ha potuto recuperare tramite questa l’esperienza di separazione vissuta alla sua nascita.

Porta già dentro di sé un bagaglio di sensazioni non comune alla sua tenera età.

A Fabio il partorire in casa ha trasferito un gran senso di sicurezza e di fiducia, quando lo racconta si percepisce quanto sia rimasto appagato da questa scelta e dalla nascita Lotus.

I miei familiari a oggi si sentono dei privilegiati nell’aver preso parte a tutto questo, e lo raccontano agli estranei con orgoglio.

E a me il parto in casa mi ha lasciato una grande opportunità, mi sono sentita selvaggia e libera quanto in passato in ospedale mi ero sentita ubbidiente e remissiva.

E quando sperimenti di essere competente, di potere…non torni più indietro e questo vale per ogni sfaccettatura della tua Vita.

Se come donna ti sei sperimentata in un certo modo, potrai ora farlo sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni, davanti ai cosiddetti “potenti” e “autorevoli” signori.

Quante altre cose vuole dire scegliere di partorire in casa.

Ad Andrea, che in questo momento dorme estatico al centro del lettone, il regalo più grande: SONO VENUTO AL MONDO ACCOLTO NEL RISPETTO E NELLA MIA INTEREZZA…QUANDO SONO NATO IO NESSUNO MI HA DISTURBATO.

 

Simona

2013

Ha l’uomo quattro cose

che non servono nel mare:

ancora, timone, remi

e paura di naufragare.

(Machado)

Ti scrivo, amore mio.

Ti scrivo, ti tengo sul petto e tu muovi le tue piccole mani e mi guardi.

Questa è la storia della tua nascita.

Sei nata il 15 gennaio del 2013.

Alla fine del 2012 si profetizzava la fine del mondo, sai?! Si diceva, un po’ ridendoci su e un po’ pensando

“e se…?”, che i maya avevano annunciato che il 21 dicembre sarebbe finito tutto. Il 21 dicembre non è

finito un bel nulla, come puoi ben immaginare! Il 21 dicembre avevo una bella pancia grossa e proprio

quel giorno iniziava la reperibilità delle ostetriche per il parto in casa! Tu sei stata la vera “fine del

mondo”, amore mio!, si dice di fronte ad una cosa eccezionalmente bella e speciale che “è la fine del

mondo!

Il 21 iniziava la reperibilità delle ostetriche ed è stato un traguardo! Nascere prima avrebbe significato

non poter nascere in casa come desideravo per te, per me, per il tuo papà e per tuo fratello. Ho lottato

perché fosse possibile. Quando ad inizio 2012, proprio a gennaio, il tuo papà mi “confessò” di sentirsi

pronto per una nuova avventura a quattro ho fatto i salti di gioia. Ero pronta da tempo, ti desideravo. E la

prima cosa che ho detto al tuo papà, un anno esatto prima che nascessi tu, è stata: “bene, ma questo

figlio nasce in casa!”. I patti erano chiari fin dal principio!

Tuo fratello è nato rispettato perché anche con lui ho lottato per avere la nascita che meritavamo tutti.

Ma è nato in una clinica e per molto tempo ho fatto finta di niente anche con me stessa di fronte ai

compromessi che ho comunque dovuto fare ed accettare. Ecco. Proprio i compromessi non volevo più. I

compromessi, te ne sarai già accorta bambina mia, li facciamo tutti i giorni, li buttiamo giù contro voglia.

Dicono anche servano. Difficile, nella vita, evitarli. Ma nella nascita, in quell’istante, proprio quello che

nella sua assurda semplicità segna un inizio unico, no, mi son sempre stati stretti, mi son sempre sembrati

non necessari. Delle gratuite complicazioni. Ci si complica sempre un troppo la vita, eh tesoro? e spesso ce

la complicano gli altri quando non serve. Io non volevo semplicemente una cosa: che qualcuno venisse a

complicarci la vita, perché sapevo (e so) che nel momento della tua nascita ci serviva la nostra casa, la

nostra musica, quella che ascoltavi insieme a me nella pancia, ci serviva il tuo papà, ci serviva che tuo

fratello potesse vederti e conoscerti subito e che non vedesse la sua mamma sparire chissà dove. Ci

serviva rispetto. Ecco. Semplicemente rispetto.

L’ho trovato quel rispetto. Ma non subito.

All’inizio ho creduto di trovarlo nell’ostetrica che mi accompagnò la prima volta. Ma, a volte, sai, le

persone hanno paura e scelgono di far parlare la paura al posto loro. Decidono di regalarle la loro vita o

una parte di essa. E propongono compromessi e cose che non servono. Tra queste cose c’è la paura stessa,

perché la paura, piccola mia, a lasciarla fare tende a prendersi tutto. È un amica pericolosa, ricordatelo ti

prego!, si prende i tuoi giorni e le tue notti, le tue parole e le tue scelte. Conosco la paura, bambina mia,

amore, è stata una compagna pericolosa da tutta una vita. A volte ha vinto lei. Ha volte io. A volte ho

trovato dei compagni e delle compagne che mi hanno aiutata a non regalarle la mia vita o una parte di

essa.

Così ho conosciuto una splendida persona. Mi sono buttata (proprio buttata) davanti a lei e le ho aperto il

cuore. Avevo bisogno di qualcuno che credesse in me, in noi, nella scelta che io e il tuo papà sentivamo

come la migliore. Ho trovato il rispetto. Questa persona ci ha creduto e si è presa il suo rischio. E anche

per lei è stato necessario fare i conti con la paura…

Il 21 dicembre è iniziata la reperibilità per il parto in casa. È iniziato così. Insieme ai lavaggi di lenzuoli e

lenzuolini, e poi la torcia, le pile da cambiare, le traverse, i teli di plastica, l’occorrente per le

emergenze, compresi i numeri di telefono utili da trovare. E le ultime analisi e una borsa per l’ospedale

da preparare comunque, per ogni evenienza. Inizia qualche contrazione ma ci sono abituata, me le

aspettavo. La donna dai prodromi infiniti! Anche se, speravo, non così infiniti!

Iniziate a lavorare insieme, tu e il mio corpo. Gli incontri con l’ostetrica si susseguono e inizio a sentire, a

malincuore, un po’ di tensione da fine gravidanza, anche tutto intorno a me. Le contrazioni arrivano,

quasi quotidiane ed io mi accorgo di avere paura. Molta più della volta scorsa. Non è una paura sana e

fisiologica, è quella indotta dalla paura altrui con cui mi sono scontrata, viene da alcune parole, da certi

“no”.

Dubito, inizio a dubitare, a volte così segretamente che lo nego anche a me stessa. Ho un cucciolo ancora

così piccolo…mi spaventa solo l’idea…

Cerco di ricentrarmi su di te e di ascoltarti, so che sei forte, ti sento come un fiume di valle, lento ma

grande, carico di fertili acque, capace di alimentare le terre tutto intorno. Un fiume fertile e sicuro.

Sento la tua consapevolezza. Mi invii i tuoi segnali ma io, impaurita, li blocco.

Passano le 40 settimane e si inizia a parlare di moxa e di messaggi energetici. Nessuno vuole andare

troppo avanti. Io sento però una fiducia totale in te, sono convinta che non mi ci farai arrivare a 41

settimane.

La dilatazione è già a 2 cm abbondanti, l’utero è pronto. Come per il precedente parto. Qualcosa di già

visto ma anche qualcosa di completamente diverso, lo sento.

E alla fine tu prendi in mano la situazione perché sai che a tua madre, a me, non devi dare alternativa

alcuna. Devi sbattermi in faccia il fatto compiuto. Non puoi più regalarmi la scelta.

Vuoi nascere. Devi nascere. E io lo devo a te.

Passa il 14 gennaio. Data indicata per gioco dall’amica “veggente”. Il giorno dopo, il 15, l’amica

“veggente” compie 31 anni. È il suo compleanno. Ad inizio gravidanza mi disse: “ma allora potrebbe

nascere anche il 15?! Che bello sarebbe…poi festeggeremmo insieme!”.

Vado a letto senza l’ombra di una contrazione da tutto il giorno. Vado a dormire un po’ scocciata per

alcune cose. Vado a dormire.

E sogno…

Faccio una lunga tirata senza nemmeno svegliarmi come al solito per andare al bagno ogni 2/3 ore.

E sogno…

Ti sogno…

Ci sogno…

In gravidanza ho sognato la tua nascita tre volte. Quella notte è la terza.

È un sogno che, nel mio ricordo, dura tutta la notte. È realistico al massimo. Sogno tutto, ogni minimo

dettaglio. Nel sogno siamo a casa ma le ostetriche non arrivano in tempo. È l’unassisted dei sogni, dei miei

sogni!

Quando mi sveglio David è nel lettone. Si è svegliato ed è venuto e si è accoccolato accanto a me, come al

solito. Guardo l’ora per abitudine. Sono le sei passate da poco. Sento il bisogno di andare al bagno. Mi alzo

lenta e mi avvio verso le scale quando arriva, prima di fare il primo gradino, la prima contrazione. È

intensa, lunga, potente. Mi accascio contro la ringhiera delle scale e penso “cavolo…”. Passa.

Scendo per andare in bagno, mi siedo sul water e ne arriva un’altra, il doppio più forte, eterna…sembra

eterna…sembra non passare mai. Mi chino verso il muro, appoggio la fronte contro le mattonelle fredde e

sussurro “no, vabbè!…adesso basta!…passa!”. Sento un dolore sordo e continuo all’altezza della cicatrice

del taglio cesareo e mi prende il panico. Riesco, in qualche maniera, ad andare al bagno. Inizia un’altra

contrazione. Ancora forte, fortissima. Riesco a uscire dal bagno per accendere il riscaldamento. Fa troppo

freddo per far nascere una cucciola…

Resto nella penombra dell’ingresso indecisa sul da farsi. Inizia un’altra contrazione e, cercando di non

parlare troppo forte, mi decido a chiamare Fabio: “Fabio!…vieni…chiama l’ostetrica!”.

Non c’era scelta, piccola mia. Non me la stavi lasciando…

Fabio scende e mi guarda. Mi ascoltava già da su e aveva capito.

“Ci siamo…chiama l’ostetrica…chiamala dal bagno, fa piano…non svegliare David…dì loro di non

citofonare…”.

Mentre Fabio telefona mi affaccio nel bagno durante una pausa “dille, tanto per darle un’idea di come

riesco ad essere simpatica in travaglio, che per il fatto che stai chiamando tu, è chiaro che deve venire…e

di corsa!”.

Sono le 6.20 circa.

Mi accascio nell’ingresso, davanti al bagno. Fabio mi porta una coperta e dei cuscini e resto così, carponi.

Mi stupisco di me stessa ma voglio le ostetriche qui con me. Non me lo aspettavo… sognavo di fare tutto

da sola, ma non sento la tranquillità che avevo la prima volta. Il tuo travaglio mi spiazza. È rapido. Troppo

rapido.

Non riesco ad oppormi. Non posso…

Alle 7.30 circa arrivano. Bisogna ricreare un nuovo equilibrio. Ascoltiamo il tuo cuore. Nessuna mi propone

visite interne. Mi lasciano sola lì, dove ho scelto. Accennano appena all’ ipotesi di spostarsi in cucina,

dov’è più caldo. Ma è un timido tentativo! Io ho bisogno del bagno e poco dopo capisco perché. Vomito,

lungamente, il succo di frutta bevuto al volo un oretta prima. È troppo rapido. Le contrazioni non le

riconosco. E non riesco a trovare una dimensione “onirica” per gestirle. Nessuna trance, solo un’estrema

consapevolezza. Sono consapevole, lucida. Ho paura di non farcela ancora tante ore così. Cerco

disperatamente una dimensione “diversa”, ma non la trovo. Il mio primo cucciolo dorme ed io devo

sentirlo se si sveglia e voglio essere “centrata” per lui.

Mi sento alla deriva. Nuoto. Nuoto ma non riconosco la direzione, non so se è quella giusta. Non vedo

pezzi di legno a cui aggrapparmi.

Alle 8.30 circa D. si sveglia.

Me ne accorgo io. Lo sento subito chiamarmi. Mando papà da lui. Scendono le scale, lui mi chiama e mi

cerca. Scendiamo tutti in cucina. Le ostetriche intanto, dopo il mio consenso, stanno sistemando il divano,

lo hanno coperto, sembra una scena da Dexter!, hanno messo i teli impermeabili e stanno mettendo anche

i lenzuoli. Hanno creato nicchie comode coi i cuscini.

D. mi vuole, ma io ti sto facendo nascere, è difficile…

Dico a Fabio di sbrigarsi, un po’ di latte, un biscotto, un cambio veloce e via dai nonni.

Mentre sono su dai nonni mi rilasso finalmente , almeno mentalmente e ripenso alla vasca. Ora la voglio.

Chiedo all’ostetrica cosa fare. Lei non mi risponde… poi mi ripete che dipende da me. Mi guarda. Sono io a

tenere le redini, me lo ricorda con lo sguardo. Non sarà lei a dirmi cosa bisogna fare. Questa è una cosa

che mi ha ripetuto tanto in gravidanza: in lei non devo cercare chi mi dice cosa devo fare. È l’unico

momento in cui la sento quasi dura…

Alla fine guarda i miei occhi e mi propone una visita interna ed è quello che voglio …voglio sapere… voglio

una misura di questa deriva che non riesco ad arginare. Voglio i numeri! Voglio aggrapparmi a qualcosa!

8 cm. E non mi dice altro. Saprò molto tempo dopo che eri ancora altissima.

Non c’è tempo per la vasca…ci vogliono almeno un paio d’ore perché sia pronta.

Poi mi dice della pipì…ho la vescica piena ma non riesco a farla. Ma è importante.

“Prova…”.

Mi si riaffaccia alla mente il ricordo di un catetere infilato in una notte di 2 anni e mezzo fa. Mi spavento.

Provo a farla nel vasino di tuo fratello, lì in cucina. Poi decido di salire al bagno. Vogliono accompagnarmi

e finalmente mi riconosco: “no, lasciatemi da sola” (questo già avrebbe dovuto farmi capire).

L’ostetrica ha capito prima di me. Mentre salgo prepara i telini e dice a E. , l’altra ostetrica, di prepararsi

a salire!

Salgo in bagno ma la pipì non viene. Quando fabio torna dopo pochi minuti mi trova così, disperata e

impotente. “Devo fare la pipì! Non ci riesco! Io non ci riesco!”.

“Piano piano…-mi dice- non avere fretta…adesso arriva…” (anche papà aveva capito già?!).

Alla fine riesco a farne un poco. E poi sento di dover andare al bagno, di nuovo. E dopo…inizio senza

accorgermene a spingere te…

Ancora una volta sono sopraffatta, nemmeno questa fase riconosco…una spinta, due e già sei lì, ti sento

spingere per incoronare…di tuo fratello ricordo che sentivo la sua piccola testa avanzare un pochino alla

volta ad ogni spinta…un poco alla volta.

Chiamo l’ostetrica e dico quello che mai avrei creduto di dire: “Vieni!… Prendila!”.

È un attimo, è pronta.

Ma ancora una volta mi cambi le carte in tavola. Non sento le contrazioni…respiro…ti sto espirando fuori,

lo faccio senza ragionare. È come se il mio utero facesse da solo ed io lo assecondassi solo respirandoti

fuori.

La testa di tuo fratello uscì in un colpo solo, la tua esce piano, pianissimo. Per me è uno strazio ma tu hai

a cuore la mia integrità…

E succede che mentre tu esci io mi tiro su in piedi, mi alzo e ti sento…muovi il braccio destro nella mia

vagina, ti sento spostarlo ed è una sensazione strana, brutta. Vorrei cambiare posizione, mettermi giù

carponi, ma mi vergogno perché mi sento sporca (un istante prima sono andata al bagno) e il bagno è

piccolo, troppo piccolo e mi sento bloccata.

“Sta uscendo la testa?”. Lo chiedo perché non lo capisco. Tengo gli occhi chiusi, non voglio toccare nulla…

Non la sento. Non ti sento…sento solo un agitarsi dentro di me.

La testa esce. Me lo dice l’ostetrica. E finalmente sento quella frase “alla prossima spinta è fuori!”.

Ok.

Ma io la spinta non la sento. Dove sei?

Spingo, poi…spingo e spingo. L’ostetrica mi incita una volta “dai!”. Ma parla con me o con te…? Non esci…

sei bloccata.

Sono istanti infiniti. Trovo il coraggio, a quel punto, me ne frego dello spazio e dell’igiene intima. Mi

butto carponi. Esci!

Ma tu, amore mio, non esci…

Non ci riesci…

L’ostetrica infila una mano, trova la tua spalla e ti aiuta. Io spingo con tutte le forze che ho, oltre le

contrazioni, oltre tutto. Alla fine ti sento sgusciare fuori.

Sono carponi. Abbasso la testa fino al pavimento e guardo tra le gambe. Ti guardo così, per la prima volta.

Sei tra le braccia dell’ostetrica (“prendila!”) sotto l’inclemente luce forte del bagno.

Sei grigia grigia e non ti muovi. Non piangi. Non sei…

Ti sento persa per un attimo.

Nella convinzione assoluta di quell’istante mi chiedo solo se ci sapremo perdonare mai io e il tuo papà…

E mi rispondo così, in quell’eterno istante: che si, lo sapremo fare, bambina mia.

Perché io e il tuo papà conosciamo la perdita e l’abbiamo rivista nel tuo viso. E mentre morivamo

rinascevamo una volta ancora, perché, ascolta, la vita è un rischio, è un gioco di probabilità ed accettarlo

è l’unico modo per vivere davvero. È l’unico modo per non regalare alla paura la propria vita o una parte

di essa…

L’ostetrica ti aveva tra le braccia. E ti massaggiava. Forte. E ti parlava. E ti chiamava.

Ma non sapeva come, perché il tuo nome era un segreto. Non lo conosceva.

Mi sono tirata su e ti ho guardata, allora.

“parlale! –mi ha detto- chiamala!”

Intanto l’ostetrica chiedeva all’altra di prendere di corsa il syntocinon ed io, nel delirio di quegli attimi

penso serva per te. Sei tu l’urgenza in fondo…e in quel momento per me può avere senso tutto, anche fare

un’iniezione di ossitocina ad una neonata! mi spiega dopo che era per me. Una distocia di spalla si

accompagna a volte ad un’emorragia post parto e coi miei precedenti non ci voleva. Ma il syntocinon è da

giorni ben celato nel frigo, avvolto nella stagnola, dietro la marmellata! A prova di curiosi!

Il tuo papà è bravissimo…meraviglioso…riesce, nel momento, a mantenere la lucidità per andare lui a

prenderlo…il tuo papà è stato molto molto forte…

La siringa di ossitocina viene preparata ma io neanche l’ho mai vista. È stata buttata inutilizzata. Il mio

utero nemmeno se la sogna un’emorragia. Ci sei tu che hai bisogno di me. Ci sono io che ho bisogno di te…

“chiamala!”

E ti ho chiamata.

Amore.

Amore mio…

“Maia!”.

E hai vagito.

Per la prima volta.

Poi eri con me.

E ci rimarrai sempre.

Finchè vivrò queste braccia ti accoglieranno…

(nemmeno una mezz’ora dopo la tua nascita è nata tua sorella. la tua placenta. Tua sorella ti ha aiutata

nei primi difficili istanti. In ospedale non lo avrebbero permesso…ora è sotto ad un grande melo in un

posto a me molto caro che spero amerai come lo amo io…è una terra fertile e sicura in cui trovare

rifugio. E lì c’è il tuo albero. Quello che produrrà da quest’anno le Tue mele…quelle che tra qualche

mese assaggerai!)

Mari
2013

Throughout my pregnancy I was reading Birth Without Fear blog. All these birth stories gave me strength to carry on with my birth plan, which was to have a home birth with midwifes.

At 40+3 I had an appointment with my midwife. On our way back home in the car I remembered a story I read on BWF. There was a woman who was overdue and one night she decided to go out with her husband to have some sushi. The very same night she gave birth. And she ironically remarked that maybe it was the sushi that made the trick. So I also proposed to go out for a sushi. Maybe it would provoke me giving birth I added laughing. I was already 2 fingers dilated with very soft cervix. My sushi idea was laughed at and not even considered. But I was determined to have sushi. The next day I called up my friend and we went to get a sushi take away.

2.08 am that night I woke up with painful contractions. I had been having contractions for two months and my midwife would always say to me that when the real ones come you would know the difference. Indeed, she was right. I knew right away that I was in labor. The contractions were 8-10 minutes apart but very manageable. I could breath through them and sleep waiting for the next one to come. At 3.00 am I sent message to my midwife letting her know that things are going. She said she would call me around 6.00 am. These 3 hours I spent sitting legs crossed leaning on my birth ball sleeping and breathing through each one. I discovered that the more I react to the contraction, vocalizing or moaning or rocking hips, the more painful they were. I found that my trick was not to react and continue faking that I am not having a contraction while I’m having one. Just breathing normally. It was difficult to remain so calm and centered but I succeeded. When the midwife finally called me 6.30 am I found my voice trembling and I told her that I feel lost. She said that she would be coming over.

I left my partner sleeping the whole time, because I felt confident enough to do this part on my own and I didn’t want him to be tired the day after when I would really need him. From that call onwards my memory is a bit fuzzy: the hormones kicked in really hard. I kept on sitting legs crossed and breathing. At one point (around 9.00 am) the midwifes arrived. She just observed me through few contractions and proposed to check me. I was 6 cm dilated. She started to set up the birthing pool. Millions of hours later (10.15 am) as seemed to me, I could not just breath through the contraction and I said determinedly that I wanted to enter the pool NOW. It wasn’t quite ready yet but they would still let me enter. Yes! I did feel this immense relaxation and relief from the warm water. The first contraction was so much less painful. But as the warm water started to speed up the labor, the next contractions were so much more painful. In the end the level of the pain remained the same.

I don’t really remember the time scale and the exact sequence of events because the nature had taken it’s course. I was so high from the hormones rushing through my brain, my blood, my whole body. Until that point there was not one drop of fear. There was always silence in the house. I remember how the sound of the air pump of the pool was intolerably noisy. I could feel the apologizing energy of the midwifes. Everybody left me to do my thing. They all, including me, were convinced that I knew what to do.

I was still able to fall asleep between some contractions but it was getting more and more difficult. At some point (11.30 am) I told my partner, who was always there holding my hand that I feel my body pushing. Nobody spoke to me. Nobody checked me. My midwife came close and observed. I could always see her and we communicated with looks. She always offered me comfort with the way she looked at me as she completely understood what I was feeling in any particular moment. When I looked at her with my most bewildered face as asking her did she really mean that I have to feel like this. And she would reply to me: “You are doing perfect. All is going splendidly.”

I pushed for an eternity what seemed to me. At first it seemed pointless. I didn’t put much effort into pushing as I could feel the baby was still high. I let my body push when it felt like. I started co-pushing when I was feeling the baby moving down. Instead of the pain I concentrated on feeling and visualizing the movement of the baby. I started feeling the head. Once I realized how the head would feel like and how much energy it would take to get this head out, I became scared. I didn’t push with all what I have. I pushed just a little. I was afraid to tear badly and to be stitched with needles which I am terrified of. I was also afraid of the pain. I wasn’t even sure that it would hurt. I felt some pain but it was more the intensity that made me roar. Maybe it was the nature that played my fear card because the fact that I was afraid to push, the crowning was slow and gave enough time for my body to stretch in it’s own time. I did not tear in the end. When the baby was crowning I started to push with all the force that I had left. I decided to have horrible end instead of endless horror.

After couple of pushes the head was birthed. Then the midwife said that with the next contraction the whole baby will be born. I pushed really hard. Nothing happened. I felt the baby liberating his shoulders and with the next contraction the body was born, legs still remaining inside. I did not have energy in my hands to take him. I asked my midwife to take him. She said: “No, you take him. Your son has born. Bring him up to your chest.” I don’t know where did this extra energy come, but I was able to take him. I struggled to keep his head above the water, because all I wanted was to collapse and relax in this warm pool. It was a bit funny how they all told me to be attentive not letting him sink too low and me replying that I have it under control when obviously I didn’t.

I am very grateful to have birthed my son  at my living room in such a peaceful environment and this non-disturbed way. At first I felt offended that the midwifes left me completely alone, but in the end I appreciate the experience. It was a truly natural birth, Nobody checked if I was ready to push or not. If my body is pushing then it means it is ready to push and there is no way stopping it anyway. Nobody told me in which position to be or how long to push. I truly believe that during an intervention-free birth the womb and the baby know best what and how to do! There is no right or wrong way or place to give birth. The best place is wherever the mother feels the most confident and relaxed. It could be in a hospital or in your own bed. And the best way would be listening your baby and your body, They are leading the show!

He was born 11.09 at 12.23. Weighing 4.130kg and 53cm long. He is a strong and vital boy.

Marzia
2012

Siamo Marzia e Agostino e da poco più di un mese è nata nostra figlia Emma.

Abbiamo scelto il parto naturale a casa nostra, in acqua, nella piscina appositamente montata.

A inizio gravidanza la nostra decisione sul parto non era ancora chiara: cliniche specializzate, case parto, parto domiciliare, ecc.

Dopo una spiacevole esperienza in ospedale a sei settimane di gravidanza per una “semplice” cisti ovarica eravamo certi che non ci saremmo affidati ad una struttura ospedaliera.

Poi è arrivato l’incontro con una coppia di cari amici che da poco erano diventati genitori di un bellissimo bimbo nato in casa. I loro racconti e le emozioni che trasparivano dai loro occhi ci hanno convinti che quella scelta poteva fare al caso nostro.

Abbiamo quindi contattato Ivana, l’ostetrica che aveva seguito il parto dei nostri amici, per avere maggiori chiarimenti e informazioni e alla fine del primo incontro avevamo già maturato la nostra scelta: Emma sarebbe nata in casa nostra e sotto le attenzioni e cure di Ivana.

L’esperienza della nascita di Emma è stato un vero e proprio evento, di quelli che rimangono impressi nel corpo e nello spirito, non un semplice momento di passaggio ma un vero e proprio viaggio di formazione, fisica e emotiva: una nuova nascita anche per noi, l’inizio di una nuova vita.

Dai prodromi del travaglio all’ultima fase del parto, abbiamo vissuto l’arrivo di Emma nell’intimità della nostra coppia senza lasciare fuori niente: le paure, i pianti di dolore, le risa e i canti per alleviarlo.

Gli occhi e le mani dolci e sapienti di Ivana e Maria Chiara, la loro estrema professionalità, discrezione e delicatezza, ci hanno accompagnato un questo meraviglioso percorso viaggio indimenticabile e assolutamente ripetibile.

Con questa nostra testimonianza ci piacerebbe riuscire a comunicare a chi legge l’importanza di darsi la possibilità di valutare e non escludere a priori il parto a domicilio perché, a nostro avviso, nessuna struttura al mondo, in caso di una gravidanza non problematica e serena, potrà offrire le stesse condizioni, la stessa atmosfera, la stessa tranquillità, la stessa naturalezza fisiologica che è propria del parto dall’inizio dei tempi e che i nostri tempi  ci “invitano” a dimenticare.

 

 

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